La tragedia peruviana

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È il 24 Maggio 1964, siamo allo Stadio Nacional di Lima, noto anche come El Coloso de Josè Diaz. Le nazionali under 20 di Perù e Argentina si sfidano per qualificazioni alle imminenti olimpiadi di Tokyo. Il Perù doveva vincere per potersi giocare la qualificazione all’ultima partita contro il Brasile. 

È una domenica pomeriggio afosa e la città di Lima è dedicata allo sport. Infatti, a poco più di un chilometro di distanza, si svolge una gara automobilistica molto importante, che sarebbe terminata solo mezz’ora prima dell’inizio della partita. In quella mezz’ora i tifosi si spostano verso lo stadio Nacional. Gli organizzatori avevano venduto più biglietti della capienza dello stadio. 

Il primo tempo finisce 0-0 e il pubblico comincia ad innervosirsi. Sanno che la qualificazione è appesa ad un filo e un pareggio avrebbe solo complicato la situazione.
Al 65’, la cosa diventa ancora più tragica: Néstor Manfredi segna il vantaggio argentino e il pubblico è gelato.  

Però, a pochi minuti dalla fine, l’attaccante peruviano Victor Lobatón segna il pareggio. Il pubblico si riprende, si scatena. 
I giocatori del Perù stanno festeggiando ma l’arbitro uruguayano, Ángel Eduardo Pazos, annulla il gol, gioco pericoloso. 

Il pubblico insorge. Un ragazzo peruviano, soprannominato “El Negro Bomba” e decisamente grosso riesce a scavalcare le recinzioni ed entrare nel campo di gioco, dirigendosi verso l’arbitro. I poliziotti presenti allo stadio, appena lo viserò, cominciarono a rincorrerlo, lanciandogli addosso i cani. Quando lo placcarono e lo stesero a terra, i poliziotti cominciano a picchiarlo selvaggiamente. 

Allo stesso tempo, però, un secondo invasore entra in campo, brandendo una bottiglia ed andando sempre in direzione dell’arbitro. La polizia riuscì a fermarlo poco prima.  

Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Il pubblico rivolse la propria attenzione all’indirizzo delle forze dell’ordine, lanciando in campo qualunque tipo di oggetto. L’arbitro fischiò la fine della partita e volò, con il resto dei giocatori, verso gli spogliatoi. 

In quel momento, lo scontro divenne ancora più aspro fra i poliziotti e i sessantamila spettatori. La polizia peruviana, in quel periodo, era familiare con la brutalità, vista anche la continua presenza di dittature militari nel paese. 
L’ufficiale più alto in grado, presente allo stadio, ricevette l’ordine di difendersi con i gas lacrimogeni. 

Usciti di scena i protagonisti della partita, lo scontro si concentrò tra il centinaio di poliziotti e i sessantamila spettatori inferociti. A quell’epoca la polizia peruviana non conosceva molte varianti alla logica della brutalità. Era la polizia di una nazione che viveva costantemente sotto il tallone di una serie devastante di dittature militari, e che proprio in quell’anno stava vivendo una delle proprie brevissime stagioni di democrazia. L’ufficiale più alto in grado si mise immediatamente in contatto radio con la centrale, e ricevette l’ordine di difendersi con i gas lacrimogeni.

I lacrimogeni vennero lanciati verso la curva più esagitata. Il pubblico, asfissiato dal gas, cercò una via di fuga, salendo prima verso la parte più alta delle gradinate, ma nemmeno lì si poteva respirare. Provarono verso la via d’uscita, ma le porte erano state sbarrate. 

I primi arrivati all’uscita provarono a tornare indietro ma furono travolti dall’ondata di persone che scappavano dalle tribune. Quella massa di persone si mise a blocco contro i cancelli che sarebbero crollati di lì a breve. In quella calca morirono 318 persone e quasi mille rimasero feriti. In una dinamica molto simile a quella dell’Heysel. Il quadro sociale dell’America Latina dei tempi non aiuto nemmeno. Bande di delinquenti saccheggiarono i cadaveri di tutto quello che poteva avere un po’ di valore. 

I giornalisti non capirono subito le dimensioni della catastrofe. Le prime notizie avevano solo comunicato qualche ferito e niente più, ma piano piano la situazione venne a galla. 

E i giovani sopravvissuti, continuarono la guerriglia: tre poliziotti furono linciati, centinaia di auto furono distrutte. I disordini dopo quella tragedia durarono tutta la notte. Il giorno dopo, il governo Peruviano dichiarò lo stato d’emergenza e la sospensione delle libertà costituzionali per trenta giorni.

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