La fatica di essere sportivi (e campioni)

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Nelle ultime settimane abbiamo assistito ad una crescita di atteggiamenti nervosi e amareggiati da parte di diversi sportivi. Sono campioni che, una volta usciti dal lockdown, sembrano averne sentito profondamente il peso e aver subìto il ritorno mediatico delle proprie scelte.

Josip Ilicic il caso più eclatante: tornato in Slovenia poco prima della conclusione del campionato, si è lasciato cullare e proteggere dal calore della famiglia. Di fronte aveva il baratro della depressione, la paura della morte, le difficoltà di affrontare la vita di tutti i giorni col Covid-19 che imperante girava in tutto il mondo. Ma fanno effetto le tante morti e i tanti contagi di Bergamo, la sensazione di essere braccato da qualcosa di più grande e minaccioso. Ora è tornato in Italia, ha riabbracciato compagni e società, entro un mese lo rivedremo in campo.

Quella di Ilicic è una storia triste con un pizzico di lieto fine. Quella di Fabio Aru invece è una storia triste che si trascina da qualche anno e che ha avuto una risposta di rabbia e orgoglio durante il Tour de France. Il “vaffa” tirato alle telecamere che riprendevano la sua fatica è il sintomo di un talento che non riesce più a ritrovarsi, che non è sereno, che sente ancora le pressioni di esser stato l’enfant prodige del ciclismo italiano e di non esser stato in grado di ripagare le aspettative. “Non so che cos’ho” ha dichiarato alla stampa, ma è possibile che l’ intervento all’arteria della coscia non abbia risolto i suoi problemi.

Di insofferenza in insofferenza, si passa a Novak Djokovic. Ha avuto uno scatto, un atteggiamento da super ego più che da follia nei giorni scorsi. Colpire con una pallata il giudice di linea è uno dei tanti errori di questo periodo: dal dichiararsi apertamente no vax a creare un torneo di tennis in barba alle regole anti-Covid e finisce a sua volta contagiato. Sui social si sono scatenati contro di lui, e anche i colleghi non lo vedono più di buon occhio. Difficile potersi rialzare mediaticamente con la valanga che gli è piovuta addosso.

Infine c’è la parabola di Leo Messi. Si torna alla tristezza, all’amarezza. Il talento argentino se ne sarebbe voluto andare via da Barcellona, in cui ha speso tutta la sua vita calcistica. Ha avuto una lettura distorta della realtà, ha pensato che la sua imponente figura potesse bastare a ribaltare una situazione ritenuta favorevole. Invece ha dovuto fare marcia indietro: la vita vera ha chiamato, ha mostrato la clausola da 700 milioni e tutte le difficoltà che si sarebbero incontrate nelle prossime settimane. Magari gli andrà anche bene: si dice che, in caso di nuovo fallimento anche con Koeman, possa ritornare Guardiola. Un anno di attesa e poi la Pulce potrà tornare a sorridere.

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