La gioia dopo la tempesta

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All’alba della Coppa d’Asia 2007, l’Iraq era una nazione disastrata. La nazione viveva fra continui bombardamenti da quasi due decadi. L’ Iraq era diviso fra i Sunniti, i Sciiti e i Curdi. Niente poteva tenere unita quella nazione.

La nazionale di calcio non era immune a tale disastro. Molti dei giocatori avevano perso parenti e persone care durante la guerra. Altri subirono minacce di rapimento per via del loro coinvolgimento in una nazionale che vedeva diverse etnicità coinvolte. Pochissimi giocatori si presentarono al ritiro pre torneo tenuto dal coach della nazionale, Jorvan Viera. Ovviamente, il ritiro si svolgeva fuori dall’Iraq.

E quei pochi giocatori presenti in squadra furono colpiti da un’ulteriore tragedia, a pochi giorni dall’inizio della Coppa d’Asia. Uno dei fisioterapisti della squadra fu ucciso da una bomba a Baghdad, durante un ritorno in città per far visita alla moglie, che aveva appena partorito. Oltre a tutto questo, la nazionale era veramente povera. Avevano a malapena i soldi per pagare i biglietti aerei e non avevano attrezzature per allenarsi. Era un incubo.

Nonostante questo, la squadra era decisamente unita. C’era un’armonia, una forza e una voglia di riscatto. Non c’erano divisioni religiose o politiche ma si combatteva per la nazione, per l’Iraq. La nazione era combattuta e fratturata in diverse ideologie, ma per i calciatori questo non era il mantra da seguire. Viera aveva assemblato e creato una mentalità unita e compatta. La squadra era una, i giocatori anche. L’Iraq durante la coppa d’Asia 2004 riuscì a battere I giganti dell’Arabia Saudita ma perse contro la Cina, successiva finalista di coppa.

Durante i giochi olimpici dello stesso anno, l’Iraq arrivò in semifinale, dopo un impressionate cammino dove riuscì a superare l’Australia ai quarti. Perse contro un Paraguay agguerrito ma non indomabile. In finale 3°-4° posto persero contro l’Italia con un solo gol di scarto.

Tornando alla coppa d’Asia 2007, il torneo era ospitato da quattro nazioni del Sud est asiatico: Indonesia, Malesia, Vietnam e Thailandia. Le aspettative irachene erano basse, nonostante una qualificazione abbastanza facile. Il girone iniziale del torneo, li vide contro i padroni di casa della Thailandia, l’Oman e i giganti Australiani.

Proprio a Bangkok, si svolge la prima partita del girone contro la Thailandia. Dopo un vantaggio iniziale dei padroni di casa, sarà Younis Mahmoud a pareggiare la partita alla mezz’ora di gioco. La partita finisce così, 1-1. Nella seconda partita, contro l’Australia, l’Iraq è sicuramente sfavorito. Ma i pronostici son fatti per essere ribaltati. La partita finisce 3-1 con l’attacco iracheno in stato di grazia. E in Iraq, questa vittoria porta gioia. La nazionale comincia a regalare qualche attimo di pace ad una popolazione in ginocchio. La terza partita, contro l’Oman finisce 0-0, mentre l’Australia annienta la Thailandia per 4-0. L’Iraq si qualifica per la seconda volta consecutiva alla fase ad eliminazione diretta.

Ai quarti si ritrovano contro il Vietnam, altra nazione ospitante. Nonostante questo, visto il loro secondo posto nel loro girone, son costretti a volare in Thailandia per la sfida contro gli iracheni. La partita è una passeggiata per la squadra di Viera. Con un gol nei primi minuti del solito Mahmoud, la squadra prende il controllo e porta a casa la partita. Finirà 2-0.

In Iraq, la squadra è seguita e i festeggiamenti per questi grandi risultati cominciano ad uscire in strada. Nonostante le suddette divisioni politiche e religiose, la gente si unisce per festeggiare i propri idoli calcistici. I giocatori lo notano e vogliono portare a casa la coppa. Vogliono portare la gioia a Baghdad.

In Semifinale, l’Iraq trova una delle favorite alla vittoria finale, la Sud Corea. La partita, dopo 120 minuti, non si sblocca. Le squadre giocano più una partita a scacchi che una partita di calcio. Nel caldo di Kuala Lumpur, si va ai calci di rigori. Il sudcoreano Yeom Ki-Hun sbaglia il quarto rigore per i coreani, mentre Mnjaed converte il quarto per l’Iraq. È tutto nelle mani di Kim Jung-Woo che sbaglia il quinto rigore. L’Iraq vola in finale.

A Baghdad e in tutto l’Iraq, la gente si riversa per strada per festeggiare. Ma quella festa si trasformerà in tragedia. Un’autobomba viene fatta esplodere durante i festeggiamenti. Le morti sono numerose. 50 persone perdono la vita in due attacchi separate. La squadra è spaventata e affranta. Quella gioia e quella voglia di unire la nazione si trasforma nuovamente in paura. Cosa può succedere se riescono a vincere?

Una parte dei giocatori non vuole giocare la finale. Il rischio di un bagno di sangue è troppo alto per loro, è troppo alto per un torneo di calcio. Sarà la reazione di una madre, che ha perso il proprio figlio durante questi attacchi, a far cambiare idea ai giocatori. La donna implora la squadra di, non solo di giocare la finale ma di vincerla e portare a casa il trofeo. La donna, comparsa nella TV irachena, si rifiutava di seppellire il figlio finché la squadra non tornava a casa da campioni.

La nazionale e i suoi giocatori si unirono nuovamente in quello spirito che li aveva contraddistinti. Vogliono vincere ora. Per quel figlio e per quella madre.

Il 29 luglio 2007, l’Iraq si trova davanti i tre volte campioni d’Asia dell’Arabia Saudita. La posta in gioco non è solo il trofeo ma l’unione di una nazione intera. La prima metà di gioco è intesa e combattuta. Tutte e due le squadre hanno varie occasioni per passare in vantaggio. La stessa storia si ripete nel secondo tempo ma l’Arabia Saudita spinge tantissimo. Taiseer Al-Jassam, attaccante saudita, costringe il portiere iracheno Noor Sabri ad una parata spettacolare, evitando il possibile vantaggio per i giganti Arabi.

Ma dieci minuti dopo, la partita prende una svolta decisiva. Dopo una grande azione difensiva irachena, parte il contropiede della squadra di Baghdad. Il centrocampista Hawar Mulla Mohammed serve un cross al centro che viene liberato dal portiere saudita Al-Mosailem. Arriva però il capitano iracheno Mahmoud che di testa porta in vantaggio l’Iraq.

L’Arabia Saudita continua a lottare con le unghie e con i denti. La loro miglior occasione arriva nei minuti di recupero, quando Malek Mouath colpisce la traversa dopo un colpo di testa. Al fischio finale, la nazionale irachena entra nella storia. La squadra è in lacrime per un risultato così storico e così forte.

Mentre che i giocatori si fanno strada verso il podio per poter sollevare la coppa, si può notare come ogni membro della squadra ha una banda nera al braccio, per ricordare chi ha perso la vita nella loro terra natale. Proprio in Iraq, la festa può partire, e finalmente senza nessuna tragedia che possa cambiare l’umore della popolazione. In migliaia invadono le strade, ballando e cantando in onore degli eroi della Mesopotamia.

Younis Mahmoud, capitano di quella squadra e autore del gol vittoria dirà: “La popolazione irachena è veramente appassionata di calcio, e le parole non possono descrivere quanto ne avevano bisogno di un momento di gioia durante questo periodo di devastazione”. L’allenatore di quella armata, Viera, concluderà lì il suo lavoro da coach della nazionale irachena, con il punto più alto della nazione calcistica.

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