Zizo Stories – Zinedine Zidane, in arte Zizou

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La migliore descrizione di un giocatore è quella che di lui ha dato Jorge Valdano, “un elefante con i piedi da ballerina”. Già, perché il fisico inconsueto per un numero 10 contrastava con la sua eleganza – 1,85 di altezza e una struttura fisica non da poco – ma allo stesso tempo gli ha permesso di dominare non solo tecnicamente, ma anche fisicamente la zona centrale del campo.

Zinedine Zidane è stato un campione di livello assoluto, talmente importante da segnare un passaggio storico nel calcio, quello dal fantasista classico, fatto di colpi di genio, fantasia, ma anche delicatezza strutturale, al numero 10 totale, padrone non solo del gioco e dell’ultimo passaggio, ma anche imponente nel gioco aereo e nel vincere i duelli in mezzo al campo. Un elefante con i piedi da ballerina, appunto, Zidane ha creato uno stile, al centro l’eleganza, e le macchie che ne potevano scalfire la carriera sono state comunque sovrastate da una classe che ha di fatto cancellato episodi che, con altri campioni, ne avrebbero segnato il giudizio finale.

Zidane ha vinto tutto ciò che un calciatore poteva vincere, proseguendo anche da allenatore sulla stessa linea tracciata durante la carriera: pochissimi tra i grandi del calcio sono riusciti, come lui, a combinare importanza da giocatore con successi da allenatore, spesso l’aurea del campionissimo fatica a gestire gruppi di campioni da portare al successo, ma Zidane anche in questo aspetto ha saputo usare l’intelligenza superiore che mostrava con le maglie della Juventus, del Real Madrid e della Nazionale Francese.

Vittorie, come la Champions League in finale contro il Bayer Leverkusen o la Coppa del Mondo con la maglia della Francia contro il Brasile e, va da sé, mettendo la sua firma non solo con le giocate a pulire il gioco e liberare i compagni, ma anche con i gol: bastano le reti in queste due partite a descriverne la classe e l’insolita potenza per un numero dieci.

Contro i tedeschi bisogna concentrarsi su Zinedine, sui suoi occhi che restano incollati al pallone spiovente messo al limite dell’area da Roberto Carlos, il corpo che si coordina in maniera perfetta, il senso della porta, mai guardata, ma che è lì, il cervello di Zidane pensa solo alla sfera, a come colpirla: tiro al volo di sinistro, un quadro in movimento, la rete che si gonfia. Contro il Brasile lo stacco imperioso di testa sul primo palo, angolo di Petit e lui che anticipa tutti, domina l’area, trafigge Taffarel conducendo la Francia al suo primo mondiale.

Servirebbe un libro in immagini per descriverne la grandezza, la caduta durante la sua last dance non si potrebbe omettere, ma d’altronde i grandissimi non sarebbero tali se non avessero delle imperfezioni, un tallone d’Achille che li rende mortali: per Zidane è la famiglia, lui di origine algerina cresciuto a Marsiglia, l’onore delle donne di casa da difendere sempre e che non si può dimenticare nemmeno quando sei davanti al mondo per la partita delle partite.

Quella testata a Materazzi con cui chiude la carriera non si può capire solo se non si guarda nel profondo di un’adolescenza vissuta in un contesto particolare, non importa dove sei, ma le donne di casa non si toccano, nemmeno a parole, anche a costo che l’ultima immagine della tua carriera sia quella di un uomo che lascia il campo, numero dieci sulle spalle, la Coppa del Mondo lucente da non poter prendere per mano e alzare al cielo, sipario.

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