Enrico Brignano, l’affettuoso mormorio del nulla

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In Italia tendenzialmente si riesce a far ridere in maniera molto semplice. Ci sono dei motivi consolidati che si ripetono da quarant’anni e che permettono ancora oggi di vedere in tv dei programmi visti da milioni di persone. Non sempre il carattere della risata è di qualità, così come non lo è la battuta. Ma il popolo italiano è di bocca buona a fasi alterne, e in maggioranza preferisce ciò che lo collega alla sua realtà.

Non deve pensare, e capita, deve farlo per associazione diretta. A questo mantra si è aggrappato fino ad ora Enrico Brignano, tipico caso di successo all’italiana di un impianto comico stantio e a tratti mediocre. Che talvolta faccia ridere, non vi è dubbio. Che ripeta sempre le stesse cose, idem. E per questo riesce ad annoiare e a mostrare la pochezza dei suoi testi. Ride, canta, balla, fa il sornione da sempre, dalle barzellette fino ai giorni nostri. Ma poi?

Brignano è uscito dall’accademia di Proietti e come tanti altri colleghi ha deciso di scollegarsi dal maestro tentando una strada tutta sua, genericamente la più facile. Scherza sui vizi e stravizi degli italiani come tanti, ricorda (le stesse) cose vissute da tanti colleghi, guarda al passato come ad un’epoca d’oro e fustiga il presente come cattivo e marcio. Ha fatto il populista quando andava bene farlo, ha criticato banche e politici, ha unito l’alto e il basso. Ha cercato di fare satira, fallendo. Ha girato film di poca rilevanza (e scarso appeal), non ha mai mostrato doti di particolare efficacia attoriale.

Ha vissuto di rendita, e ha fatto bene. Onesto intellettualmente, ha fatto sempre quel tipo di comicità, ha uno stile coerente. Poi deve rimanere qualcosa e, purtroppo poco (o nulla). Non è stato cattivo Aldo Grasso nel definire il suo nuovo spettacolo “l’affettuoso mormorio del nulla”. Semmai è stato tardivo nel plasmare questa definizione perfetta, che sarebbe utile per ogni suo spettacolo ed ogni sua apparizione televisiva.

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