Zizo Stories – Andrea Pirlo, The Maestro

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The Maestro, fuori dai confini calcistici italiani, è il soprannome con cui è conosciuto Andrea Pirlo. Non solo un insegnante, ma un vero e proprio direttore d’orchestra dalle doti eccelse: descrizione perfetta, il calcio di Pirlo è musica in movimento, poesia, far apparire facile il difficile, far sembrare l’impossibile qualcosa di raggiungibile con poco sforzo.

Basta pensare ai suoi gol dalla distanza, perché quando Pirlo carica il destro il gesto non esprime potenza, il piede sembra accarezzare il pallone, non c’è nessuna tensione nel movimento, nessuno si aspetta un tiro ad alta velocità, invece quando la sfera si stacca e parte verso la porta è dotata di tutto ciò che serve per incantare: precisione, forza, il suono della rete che si gonfia.

Il gol che segna nella partita d’apertura del Mondiale del 2006 è l’espressione di questo concetto, la palla arriva rasoterra al limite dell’area dal calcio d’angolo, Pirlo è spostato sulla sinistra, la doma con dolcezza, la sistema con un secondo tocco leggero, si coordina con la sua tipica eleganza, il pallone parte come se fosse stato coccolato, ma appena vola verso l’angolo opposto è un missile imprendibile che termina alle spalle del portiere.Oppure Parma, 2 ottobre 2010, quando da 35 metri prova la conclusione così, come se fosse una cosa naturale, ancora una volta nessuno sforzo, e il pallone vola verso l’incrocio lasciando a bocca aperta anche Ronaldinho.

Il Maestro non nasce subito, il principio di carriera è da numero 10 puro, Brescia la sua casa, aiuta la squadra a raggiungere la Serie A attirando le attenzioni dell’Inter allenata da Lucescu anche grazie al piatto forte della casa, la punizione: con i nerazzurri però non sarà mai amore, nonostante il prestito alla Reggina con cui segnerà 6 gol in 28 partite e le delizie con la nazionale Under 21 sempre da numero 10 (chiedere a Francia e Repubblica Ceca annichilite dalle sue parabole), il ritorno a Milano, Tardelli che lo spedisce sulla destra nel 442, il prestito al Brescia.

Brescia, di nuovo, ma stavolta c’è Carlo Mazzone e la sua carriera cambia, da numero 10 a playmaker basso, d’altronde là davanti c’è un certo Roberto Baggio, la convivenza non solo è possibile, ma porta le rondinelle in alto: memorabile il lancio per il Codino Magico a Torino contro la Juventus, palla in verticale e il resto è la classe di Roby.L’Inter fa un scelta, lo cede ai cugini senza troppi pensieri, ad aspettarlo Carlo Ancelotti che non ha di certo chiuso gli occhi di fronte alla scelta bresciana del Carletto più esperto: da Carletto a Carletto, Pirlo si conferma playmaker e rilancia diventando Maestro.

Nel Milan che vincerà due Coppe dei Campioni e non solo Pirlo è il perno centrale del gioco, decide i tempi e fa girare la squadra con i suoi campioni: Seedorf, Kakà, Inzaghi, Shevchenko, la protezione di Gattuso e Ambrosini, i lanci sull’esterno per Cafu e Serginho. Con la nazionale l’apice del 2006, non tanto il gol contro il Ghana, ma quel fotogramma di lui che guarda altrove, no-look, occhi verso destra e palla che va a sinistra, Grosso ad attenderla, sinistro a giro e Germania sconfitta in casa loro. E poi la corsa dopo il rigore, l’ultimo, sempre Grosso, Francia battuta e Campioni del Mondo.

Il secondo scudetto con il Milan, in panchina Max Allegri, qualche incomprensione, un contratto in scadenza, Pirlo gioca più defilato, quasi mezzala, liberato dalla marcatura avversaria continua a inventare, dirigere, bacchetta in mano, anche se la parabola discendente per tanti è cominciata: d’altronde c’è stato il Sudafrica, lui non era sembrato più lui, la Juventus di Conte non vede l’ora di accoglierlo. Andrea smentisce chi lo dava per finito, inizia a collezionare scudetti da protagonista in bianconero – quattro in totale – segna gol decisivi, raggiunge Mihajlovic in testa alla graduatoria di tutti i tempi per gol su punizione – ventotto – dimostra che The Maestro è ancora tale: poesia in movimento.

Chiude l’esperienza in Serie A con quasi 500 presenze, tanti titoli nazionali e internazionali, un campionato del mondo, premi individuali e un Pallone d’Oro mai vinto, ma che avrebbe sicuramente meritato: vola a New York, un’altra esperienza, prima di appendere gli scarpini al chiodo nel 2017, mentre il 21 maggio del 2018 gioca la sua ultima partita, una celebrazione chiamata la Notte del Maestro. Cala il sipario, in attesa di vederlo in panchina: il patentino è quasi pronto, il Maestro si prepara a insegnare calcio.

È il miglior calciatore della sua generazione? Non proprio, ma è il più importante”
Michael Cox

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