“The Last Dance”, l’epica di un essere umano chiamato Michael Jordan

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“The Last Dance” è giunto alla conclusione dopo un mese di messa in onda su Netflix dei 10 episodi che raccontano l’ultimo ballo compiuto dai Chicago Bulls nel 1998. Il finale ci lascia con una legittima domanda: e se avessero potuto vincere ancora?

Una storia epica, ben raccontata, tenuta nel cassetto per oltre 20 anni, finché Michael Jordan non ha deciso che valesse la pena renderla pubblica. Perché proprio lui? Perché oltre a detenerne i diritti, è in tutto e per tutto la sua storia, dagli esordi fino all’ultima vittoria – non tanto casualmente ottenuta con una sua zampata. Come se fosse un film, dove l’eroe riesce a risolvere gli ostacoli facendo leva sul proprio talento, prima di crollare a terra esausto.

C’è da fare una precisazione: la storia è narrata dal punto di vista di Jordan. Tutto ciò che si vede, tutto ciò che viene detto, è stato controllato e filtrato da MJ in modo che il mondo leggesse il suo punto di vista in merito alla questione. Si vede il suo esordio nel 1984, la sua storia personale, le sfide coi colleghi e il profondo rispetto, le scazzottate con Steve Kerr e l’antipatia con Isaiah Thomas. Ma anche i suoi problemi con il gioco d’azzardo, l’assalto dei giornalisti e dei fan, la continua necessità di trovare uno stimolo che rafforzasse la sua abilità di giocare a basket.

Non mancano i contrasti neanche con la società, ed una parziale assoluzione nel finale. Jerry Krause, GM dei Bulls, viene additato inizialmente come il cattivo di turno che ha fatto di tutto per rompere il giocattolo di Michael e intorno a Michael. In realtà, come piccoli petali lanciati in ogni puntata, emerge come una figura fondamentale in grado di costruire un impianto solido attorno ad una gemma. Ciascun giocatore aveva un senso per continuare a vincere e dare nuova linfa alla competitività di Jordan.

Però è particolare come ciascun giocatore è stato tratteggiato. Pippen è il poveretto mal pagato costretto da sempre alla sua ombra. Toni Kukoc l’europeo da evitare – ed infatti non si cita mai la sua presenza essenziale nel roster dei Bulls. Dennis Rodman il pazzoide. Scott Burrell il bambino scemo. Horace Grant la spia. I comprimari sono tali. Una carezza va solo a John Paxson e Steve Kerr, i play decisivi nelle intenzioni di Michael. Ron Harper, per certi versi più impattante rispetto ai predecessori, nemmeno menzionato.

Si salva Phil Jackson, il maestro Zen che ha saputo elevare le sorti di Jordan e dei Bulls, scrivendo una storia straordinaria. Ma non viene fatto un cenno approfondito a Tex Winter, il vice che ha inventato il “triangolo”, lo schema che ha consentito a Chicago di vincere sei anelli e alla NBA di vedere il miglior basket della sua storia.

In tutta la storia MJ è il più grande, il Dio del basket. Ma attorno la descrizione non è stata benevola. Ne esce una figura umana a tratti antipatica, a tratti arrogante, più volte sconcertante. Ma a ogni mossa c’è una risposta: mai esposto in politica perché non si sentiva un attivista; mai fatto mistero di essere un appassionato delle scommesse a tal punto da rischiare grossi guai; mai perso di vista il senso del suo brand, a tal punto da aver pianificato ogni cosa con strategia abbastanza cinica; mai evitato di parlare del continuo bullizzare i compagni per caricarli e portarli al suo livello. Ma come hanno spiegato tutti, nessuno poteva arrivare a quel livello lì.

Non era solo un giocatore di basket, o il più forte giocatore di basket. Era una cultura, un marchio, una ispirazione. Kobe Bryant prima e Lebron James poi non hanno mai nascosto il loro proposito di voler essere come Michael, meglio di Michael. In America dicono: “To Be the Man, You Gotta Beat the Man“. Michael aveva potuto sconfiggere Larry Bird e Magic Johnson per prendersi lo scettro. Kob e Lebron, non avendo avuto la fortuna di sfidarlo direttamente, hanno tentato in tutti di batterlo sui numeri, con le vittorie e le giocate. Sono diventati anch’essi delle leggende, ma in un modo completamente diverso.

Infine basta una sola frase per definire la forza dell’epopea di un essere umano che ha saputo essere super. L’ha detta l’ex commissioner David Stern e racchiude bene quanto è stato forte l’impatto di Michael Jordan nel basket americano: “Nel 1991, quando i Bulls vinsero il loro primo anello, il basket NBA veniva seguito in 80 paesi in tutto il mondo. Nel 1998, quando hanno vinto l’ultimo, veniva seguito in 256 paesi“.

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