La frase “La musica non è un lavoro” è una grossa bugia

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Siamo finalmente entrati nella tanto attesa fase di riapertura (quasi) totale delle attività post coronavirus. C’è ancora da stare particolarmente attenti ma è pur sempre un nuovo inizio. Quello di cui però vogliamo parlare oggi riguarda la crisi del settore musicale, non per quanto riguarda gli streaming ma per quanto riguarda la ripartenza di uno dei settori più colpiti da questa pandemia.

Che il settore musicale non venisse considerato un vero e proprio settore lavorativo lo abbiamo sempre saputo ma è proprio in questo periodo che abbiamo potuto toccare con mano cosa significa davvero non essere considerato tale. Negli scorsi giorni è partita una raccolta firme chiamata La Musica Che Gira (www.lamusicachegira.it), iniziativa alla quale prendono parte tutte le figure lavorative che operano in questo settore e che effettivamente comprano il pane grazie ad esso.

L’industria musicale è fatta di piccole e grandi realtà, di infiniti tecnici, di un dietro le quinte composto da figure forse più numerose degli artisti stessi. I soldi girano attorno alla musica, la gente paga per ascoltare canzoni, per gli abbonamenti delle piattaforme digitali, paga per il merchandising delle sue band preferite, paga per ascoltarsi il disco in macchina, paga per passare una serata sotto al palco, etc. E allora com’è possibile che ancora oggi questo non venga preso seriamente come settore lavorativo?

Sul sito di questa iniziativa troviamo scritto: “Siamo consapevoli che senza un’azione immediata, le conseguenze negative di questa crisi produrranno un’onda lunga che ricadrà sull’economia futura del settore, sul PIL e sulla capacità del Paese di produrre valore anche in termini socio-culturali. Le richieste che rivolgiamo con forza al Governo sono chiare: per agire immediatamente in modo coordinato e fare tutto il possibile per mitigare le conseguenze negative della crisi, è proritario innescare una cooperazione tra addetti ai lavori e tecnici del nostro settore, istituzioni e task force.

E ancora: “Siamo la musica che gira nelle vostre cuffie e sui palchi. Siamo un motore che deve continuare a girare. Siamo la musica che ha deciso di voltare pagina.” Oltre a queste brevi premesse sul sito si trovano una lunga serie di proposte e soluzioni che il Governo non ha minimamente preso in considerazione per venire incontro ad un problema reale che è stato sottovalutato.

Perché la musica ancora oggi viene vista più come un hobby che come un lavoro? Davvero è necessario ricorrere ad una mobilitazione simile al giorno d’oggi? Eppure di cultura si tratta e si tratta anche di intrattenimento, e non solo. Basti pensare inoltre al danno prolungato che anche il settore musicale sta attraversando e attraverserà: quello dei concerti, delle esibizioni dal vivo.

C’è chi non se ne rende davvero conto ma la dimensione dei live è la dimensione più redditizia soprattutto per le piccole realtà che riescono a resistere proprio grazie ad essa. Come numerose attività commerciali hanno già chiuso e chiuderanno così altrettante, se non di più, realtà musicali, discografiche, si troveranno costrette a chiudere i battenti.

Certo il coronavirus non ha risparmiato proprio nessuno ma che ancora oggi l’industria musicale non venga munita di paracadute in occasione di simili problematiche perché non considerata veramente un settore lavorativo, lascia tutti piuttosto perplessi. Per dare una mano basta entrare nel sito e partecipare alla petizione.

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