Zizo Stories – Ali Dia, tra la verità e la menzogna

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Il 23 novembre del 1996 è un giorno storico per il calcio inglese. No, non parliamo di una partita da record, nemmeno di una prestazione da incorniciare del campione di turno, ma di 53 minuti di gloria – o meglio di infamia – che sono entrati negli annali della Premier League.

Una vicenda ricca di ingredienti: un personaggio al centro di tutto a tessere le fila del trucco, un inconsapevole George Weah come attore non protagonista, un amico la cui esistenza è tuttora ignota dal nome Sidiba Alassana, l’ex centrocampista della Sampdoria Graeme Souness, Matt Le Tissier, un curriculum degno del miglior millantatore, una congiunzione astrale fatta di infortuni, fretta e disperazione.

Si alza il sipario, sul palco va in scena la farsa, sotto i riflettori Ali – o Aly – Dia, attaccante senegalese, o forse no, che quel pomeriggio di fine novembre entrerà nel mito.Il teatro è il The Dell di Southampton, casa dei Saints fino al 2001, la partita vede di fronte i padroni di casa contro il Leeds. È un periodo sfortunato per i biancorossi, tanti, troppi infortuni e poche scelte per Souness, manager dell’epoca: certo, c’è sempre Le God che può compensare la sfortuna, al secolo Matt Le Tissier, ma bisogna comunque correre contro il tempo per trovare giocatori per la panchina.

“Pronto, sono George Weah”. Inizia tutto da una serie di telefonate, il campione liberiano con un passato al Paris Saint Germain e in forza al Milan, pallone d’oro in bacheca, un cugino da raccomandare a diversi club inglesi, il suo nome Ali Dia, nazionale senegalese, ex compagno a Parigi, apparizioni anche al Bologna. Eppure qualcosa non quadra, ogni provino termina in un saluto, Harry Redknapp su tutti lo scarta per il suo West Ham, ma George Weah non demorde e alla fine arriva l’occasione: il 22 novembre del 1996 Ali Dia si allena con il Southampton, Souness si fa convincere, d’altronde il pedigree è più che rispettabile e poi c’è la parola di Weah e se lo dice uno degli attaccanti più forti del mondo c’è da credergli, no?

E poi i Saints devono giocare contro il Leeds, c’è poco tempo per indagare a fondo, proviamo questo ragazzo, chissà che con tutti questi infortuni non possa darci una mano.Nell’allenamento di rifinitura Dia non sembra adatto alla Premier League, Le Tissier è il primo a sentire puzza di bruciato, sicuramente quell’attaccante senegalese ha vinto un premio per potersi allenare con la squadra, niente di serio, poco tempo e sarà tutto dimenticato. 

Dia, parola di Le God, sembra più Bambi che corre sul ghiaccio piuttosto che un nazionale senegalese con il fiuto del gol, correre corre, ma non si sa né dove né perché lo faccia: eppure c’è l’endorsement di George Weah… E la sua carriera parla chiaro, anche se in tempi in cui internet è agli albori e i giocatori africani iniziano a esplodere è difficile controllare le referenze, perché in fin dei conti qualcosa di vero c’è come in tutte le leggende, i pochi mesi nella seconda divisione tedesca, le presenze nel campionato finlandese, il periodo nella divisione inferiore in Inghilterra, ma Paris Saint Germain, Bologna, nazionale e i rapporti con George Weah no, quelli no.

Eppure il giorno della partita contro il Leeds Souness decide di portare Ali Dia in panchina, d’altronde non c’è nessun altro a disposizione, e poi non si sa mai.Al minuto 32 il diavolo ci mette la coda, chissà se avremo mai sentito parlare di lui se non si fosse fatto male Le Tissier, ma quando le cose possono andare male succede che possano anche andare peggio e così ecco che Ali Dia, maglia 33 sulle spalle, fa il suo esordio in Premier League al posto di Le God fermato da un problema muscolare: pochi minuti e l’occasione della vita fra i piedi, conclusione sul portiere e gol mancato.

Il resto sono corse senza senso, bambi sul ghiaccio appunto, un Le Tissier a bocca aperta, un Souness che si sentirà come se avesse ricevuto un calcio fra le gambe – eufemismo – e la gloria che si trasforma in infamia sotto forma della sostituzione a cinque minuti dal termine. Il giorno dopo Ali Dia si reca al campo di allenamento, una seduta di fisioterapia e poi via, sparisce nell’oblio, nessuno lo vede più, nessuno saprà mai cosa ci fosse di vero nella sua storia, certo, le menzogne sono talmente tante che forse nemmeno il nome era reale e chissà se l’amico-agente sia mai esistito e non fosse proprio lui, Ali Dia, a chiamare sotto le mentite spoglie di George Weah.

Si dice che si sia poi laureato nel 2001 in business, ma anche qui è difficile distinguere la verità dalla menzogna, l’unica cosa certa è che quei 53 minuti sì che sono esistiti.Non restava che prendere il tutto con il classico umorismo inglese, quello dei tifosi che cantavano sul pullman il suo nome, pronuncia storpiata alla britannica e assonanza servita: Ali Dia, is a liar – Ali Daia, is a laiar.

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