Zizo Stories – Redondo, la divinità del 2000

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Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione. Fernando Carlos Redondo Neri il 19 aprile del 2000 decide improvvisamente di mettere in pratica la massima di Amici Miei Atto II: lo fa all’Old Trafford, addosso la maglia del Real Madrid, di fronte il grande Manchester United di Sir Alex Ferguson.

Palla sulla fascia sinistra, spazi apparentemente chiusi, colpo di genio, tacco, pausa, palla a Raul, gol.Pausa, aspetto decisivo per mandare in gol il compagno, pausa, come il suo idolo Bochini re indiscusso del genere. Il Principe di Madrid, aspetto regale e movimenti eleganti, alias Fernando Redondo, nasce il 6 giugno 1969 ad Adrogué, 23 chilometri a sud di Buenos Aires: al contrario di tante storie di calciatori sudamericani fatte di riscatto sociale e di ascesa dalla povertà, Redondo è un ragazzo di buona famiglia, nessun pericolo fra le strade del paese e niente fame come compagna di viaggio della sua infanzia.

La voglia di calcio è però la stessa, il piccolo Fernando brucia le tappe e nemmeno compiuti sedici anni, 1986, fa il suo debutto nel campionato argentino con la maglia dell’Argentinos Juniors, la stessa con cui fece il suo ingresso nel calcio dei grandi un certo Diego Armando Maradona. Per Redondo però il mito non è Diego, ma Bochini, la stella dell’Independiente di Avallaneda: non solo un semplice idolo, ma un sentiero tracciato nel bene e nel male che Fernando seguirà passo dopo passo, arrivando dove El Bocha mai arriverà, al vertice del calcio europeo, ma l’identico destino in nazionale, fatto di tecnici che lo ostracizzano nonostante il mondo fosse ai suoi piedi.

L’artista Redondo non poteva però che far breccia su uno come Jorge Valdano che di arte sí che se ne intende: quando l’ex attaccante albiceleste diventa allenatore del Tenerife, ecco che Fernando attraversa l’oceano, dice addio all’Argentinos Juniors e vola verso la piccola isola spagnola. Ben presto arriva il successo, il destino porta Redondo a scucire dal petto del Real Madrid non uno, ma ben due titoli all’ultimo giro di giostra della Liga, e dopo quattro anni di regia e ricami arriva il momento di approdare ai Blancos, ancora con Valdano: il Bernabeu lo incorona, ogni allenatore che si sussegue sulla panchina madridista prima dubita, poi si innamora del Principe, come ad esempio un certo Fabio Capello che lo definì tatticamente perfetto.

Intelligenza superiore, così decisivo per le sorti di un intero centrocampo che Del Bosque, la sera del Tacco dell’Old Trafford, lo mise da solo in mezzo al campo senza nessun altro centrocampista di ruolo al suo fianco; talmente capace di anticipare l’azione che dopo la disfatta di quella nottata, Sir Alex Ferguson dovette alzare le mani e chiedersi se quell’uomo avesse delle calamite ai piedi. Eppure come tutti i geni anche Redondo fu per certi versi incompreso: la nazionale non gli regalò soddisfazioni, un solo mondiale rotto dal caso Maradona, Usa ’94, e tanti problemi con allenatori troppo intransigenti e poco visionari.

Chiedere a Passarella, l’uomo del Lodo Redondo, una regola estetica creata ad hoc per il Principe di Adrogué: capelli lunghi? No nazionale. Redondo non accetta e nonostante sia all’apice della sua carriera non verrà convocato per i mondiali francesi del ’98 e guarderà impotente alla televisione Bergkamp uccidere i sogni dell’Argentina. E sempre come tutti i geni sarà anche sfortunato, unica pecca un fisico di cristallo come la sua classe: Florentino Perez crea i Galacticos, per Redondo non c’è più spazio, viene ceduto a sua insaputa al Milan, anno 2000, ed è l’inizio della fine. Al secondo giorno si rompe il ginocchio destro in allenamento, con i rossoneri non giocherà praticamente mai, ma questo non gli tolse l’occasione di dimostrare ancora una volta la sua regalità: telefonata a Galliani, rinuncia allo stipendio finché non sarà in grado di tornare in campo.

Fra uomini veri ci si intende, e in panchina nel Milan c’è un certo Carlo Ancelotti che per i campioni ha un rispetto totale: l’ultimo atto dell’artista ha bisogno del palcoscenico adeguato, e dove se non a Madrid? Re Carlo chiama il suo Principe, lo inserisce tra i titolari al posto di Pirlo nel ritorno dei quarti di Champions, il pubblico del Bernabeu gli regala un’ovazione, lo applaude per tutti i 79 minuti che resta in campo, e infine si alza in piedi quando viene sostituito: Dio è tornato in paradiso.

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