Il “featuring” nella trap: l’evoluzione da amicizia a pubblicità

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Ormai si dice “featuring”, perché ci piace usare gli inglesismi e sentirci più internazionali, quello che letteralmente tradotto significa “con” e che identifica una collaborazione musicale all’interno di un brano.

Quello che vogliamo fare oggi non è una lezione di inglese ma un’analisi sull’evoluzione di questa dimensione sempre più frequente all’interno della discografia italiana. Partiamo dal differenziare il featuring da quello che viene comunemente definito duetto. Abbiamo imparato, soprattutto nel secolo scorso, che quest’ultimo riguarda la collaborazione di due cantanti, interpreti, nell’esecuzione di un brano combinando le due voci o per tutta la durata della canzone o per alcuni tratti salienti.

Il featuring, per come lo stiamo conoscendo in questi anni, è più una spartizione delle fasi di un brano divise tra i partecipanti alla composizione della canzone. La differenza sostanziale è che se nel duetto gli attori possono essere due e soltanto due, nel featuring dai due in su e senza andare troppo lontani con gli anni possiamo fare l’esempio di Mattoni del produttore Night Skinny che vede al suo interno la partecipazione di ben dieci rapper: Achille Lauro, Ernia, Geolier, Guè Pequeno, Lazza, Noyz Narcos, Shiva, Side Baby, Speranza e Taxi B.

E di partecipazione si tratta: inserire la propria strofa, la propria identità, la propria cifra stilistica all’interno del brano di qualcuno. Le prime manifestazioni massicce di questo tipo di collaborazione musicale, per quanto riguarda gli ultimi anni, sono arrivate dal rap più tradizionale ma soprattutto dalla trap. Basti pensare alle numerose collaborazioni tra Sfera Ebbasta, Rkomi, Ghali, Tedua, Ernia, Izi e tutti gli altri orbitanti attorno ai loro rispettivi collettivi che hanno dato vita a tantissime canzoni con le collaborazioni più disparate ad animarle. Prendiamo questo campione di artisti giusto per fare un esempio perché per parlare di tutta la scena romana e delle realtà del Sud servirà un altro racconto, anche due o tre.

Fino a qui tutto bene: collaborazioni tra artisti amici, chi più chi meno, con stesso vissuto, con esperienze di vita passate insieme molto da vicino, nate per raccontare qualcosa dello stesso momento, nello stesso momento. Ma la riflessione che facciamo riguarda l’evoluzione di questa tipologia di featuring.

Non c’è bisogno di fare esempi con nomi e cognomi ma basta prendere album usciti anche solo cinque anni fa e metterli a confronto con altri album usciti di recente. Quello che emerge è una volontà, forse soltanto apparente, di sfruttare l’inserimento di collaborazioni musicali per scopi esclusivamente promozionali. Sembra che si stia piano piano perdendo quella scelta di inserire nel proprio album un collega che prima di tutto è amico e che si preferisca alla figura di quest’ultimo quella di un collega più famoso, più di tendenza, che possa portare le attenzioni del proprio pubblico all’interno del brano al quale partecipa.

Se prima si prediligeva per l’amicizia, la fratellanza, la stima, il rispetto e non si guardava al lato commerciabile della collaborazione, quello che rimane adesso si limita a stima, rispetto e commerciabilità della collaborazione.

Anche con questo metodo nascono sicuramente tormentoni, canzoni apprezzatissime dai più ma per i fedeli del genere sarà sempre più difficile non notare la trasformazione di questo termine, featuring, che piano piano sta perdendo sempre più il suo significato quasi sentimentale per diventare un semplice tecnicismo.

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