Zizo Stories – Ricardo Bochini, il primo Diéz

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Cinque minuti alla fine di Argentina – Belgio, quarto di finale della Coppa del Mondo del 1986. Dalla panchina si alza un giocatore che più che un fantasista sembra un impiegato di banca, pochi capelli mal pettinati, fisico sgraziato, altezza non da marcantonio: Ricardo El Bocha Bochini fa la sua prima e unica apparizione ai Mondiali.

Quando si parla di Bochini diventa inevitabile parlare di Independiente di Avallaneda, maglia rossa e numero 10 sulle spalle, la squadra capace di vincere per ben quattro volte di fila la Copa Libertadores, dal 1972 al 1975 e grazie a queste vittorie arrivare fino ad alzare la Coppa Intercontinentale a Roma nel 1973.È in quella serata romana che la stella del Bocha splende: la Juventus, avversaria al posto dell’Ajax che rinunciò alla partecipazione, aveva dominato l’intero incontro, sbagliò perfino un rigore, finché a dieci minuti dalla fine il duo Bertoni-Bochini crea la prima di tante combinazioni che li renderanno l’esempio principe della coppia per eccellenza: Zoff esce, El Bocha lo scavalca con un pallonetto, uno a zero e Coppa agli argentini.

Torniamo a quei cinque minuti in Messico, perché il rapporto tra Bochini e la nazionale argentina non è mai stato rose e fiori: d’altronde per un talento del suo calibro i soli cinque minuti ai mondiali sono una contraddizione. Escluso nel 1978, escluso nel 1982, in entrambi i casi l’assassino fu Luis Cesar Menotti. Poi però c’è un ragazzo, il migliore al mondo, che lo considera il suo idolo, il più forte di tutti e di sempre, quel ragazzo di nome fa Diego Armando e di cognome Maradona. Allenatore in campo e non solo, ché non è un mistero quanto Diego fosse influente in quella nazionale, anche più del tecnico Carlos Bilardo: è Maradona a pretendere la chiamata tra i 22 del Bocha, è Maradona a chiamare quel cambio a cinque minuti dalla fine per dare, finalmente, il giusto onore al suo Dio personale. “Benvenuto Maestro, la stavamo aspettando”

Più di 600 gare con la maglia rossa dell’Independiente, unica e sola indossata in carriera, secondo solo al mitico portiere Gatti nella classifica di tutti i tempi del calcio argentino. Trofei vinti tanti, anche a livello personale, con una caratteristica su tutte, qualcosa che oggi verrebbe chiamata indolenza, ma che era semplicemente espressione del genio: a correre nel calcio non dev’essere il giocatore, ma il pallone, e il mio mestiere non è segnare, ma far segnare.

Il Maestro sapeva cogliere l’attimo, ecco perché la relazione con Bertoni era così spettacolare: uno corre e taglia verso l’area, l’altro trova il momento giusto per servirlo. Come? Con la pausa, l’essenza dell’assist perfetto. Per gli argentini la pausa è qualcosa di speciale, il Re degli ultimi decenni è stato El Mudo Juan Roman Riquelme, ma prima di lui il Re indiscusso era proprio Bochini: il momento del Diéz, l’attimo in cui si cerca l’attimo, una pausa appunto, in attesa della frazione di secondo perfetta per servire su un piatto d’argento il gol che sarà.

“Niente di ciò può essere insegnato, credo nasca al momento, dipende dall’ispirazione dei tuoi giocatori. Devi essere in grado di fare la pausa e un tuo compagno deve sapere che mentre la stai eseguendo, sta allo stesso tempo guardando quale giocatore si muove nella maniera corretta per sorprendere gli avversari. Senza un compagno che ti asseconda, la pausa diventa solo un tenere la palla, perdere tempo e se va bene subire un fallo. È fondamentale aver con sé compagni con caratteristiche tali, velocità e corsa verticale, che rendano la pausa utile”.

Bochini non è stato solo uno dei numeri dieci più sottovalutati della Storia del Calcio Mondiale – non in Argentina, lì la sua importanza non è mai stata in discussione – ma è stato ben più di un calciatore: El Bocha è stato un filosofo con la palla fra i piedi, il gesto tecnico più dell’atletismo, il gusto dell’ultimo passaggio più del gonfiare la rete. D’altronde per essere idolo del dieci per eccellenza – e di tutti i dieci argentini nati negli anni ’60 e ’70 – devi per forza essere speciale. 

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