Zizo Stories – Mwepu Ilunga (Zaire 1974)

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Ci sono giocatori che hanno fatto la storia del calcio con le loro indiscusse qualità, altri che hanno ottenuto forse meno di quanto avrebbero meritato, infine ci sono giocatori che con un singolo gesto sono entrati di diritto negli annali del pallone. Il nome di Joseph Mwepu Ilunga probabilmente non dirà niente a tanti osservatori, ma basterebbe una sola immagine per far tornare alla mente il ricordo di un difensore africano degli anni settanta che in pochi secondi è passato dal probabile oblio all’imperitura memoria.

Nato il 22 agosto del 1949, Mwepu Ilunga è morto nel maggio del 2015 dopo una lunga malattia. La sua carriera da calciatore parla di un difensore che in Africa vinse, e anche parecchio, partendo dai due titoli continentali con il TP Mazembe nel 1967 e nel 1968, nonché due Coppe d’Africa con la sua nazionale nel 1968 e nel 1974. Sulle caratteristiche da giocatore c’è poco da raccontare, il calcio africano negli anni in cui Mwepu Ilunga calcava i campi era ancora lontano dai successi degli ultimi decenni, ma con lo Zaire, ora Repubblica del Congo, fu capace di stabilire dei record importanti per il suo continente, su tutti essere la prima nazionale dell’area Sub-Sahariana a raggiungere le finali di una Coppa del Mondo.

La situazione politica del fu Zaire non era di certo delle più felici, la dittatura del presidente Joseph Mobutu fra le più dure della storia, la propaganda come stella polare e lo sport, non solo il calcio, come veicolo della propria potenza in patria: un esempio su tutti l’incontro di pugilato noto come “The Rumble in the Jungle” che vide sfidarsi proprio in Zaire nell’Ottobre del 1974 Muhammed Ali and George Foreman.

Riavvolgendo il nastro a pochi mesi prima possiamo vedere apparire proprio Mwepu Ilunga. 22 giugno 1974, Parkstadion di Gelsenkirchen, Mondiali di Germania. Siamo alla terza gara del girone eliminatorio, di fronte il grande Brasile di Rivelino e il piccolo Zaire che, dopo un esordio confortante contro la Scozia con una sconfitta per due a zero, subì una goleada impressionate dalla Jugoslavia, un nove a zero sul quale ci sarebbe altrettanto da raccontare: basti pensare che l’allenatore degli africani, Blagoje Vidinic, slavo come gli avversari, sostituì il portiere titolare dopo 21 minuti di gioco con la riserva alta 1.65 favorendo il grappolo di gol dei connazionali.

Ma torniamo a Gelsenkirchen, teatro del momento storico con protagonista Mwepu Ilunga. Mancano pochi minuti alla fine, il Brasile è avanti per tre a zero e Rivelino si appresta a battere una punizione appena fuori dall’area. L’arbitro, il rumeno Nicolae Rainea, fischia e improvvisamente un uomo si stacca dal muro della barriera e corre verso il pallone per poi calciarlo lontanissimo.

Stupore e tante risate hanno accompagnato per anni questo gesto tanto semplice quanto assurdo, tanto assurdo quanto inspiegabile se non con lo stereotipo del selvaggio africano che arriva al Mondiale inconsapevole delle regole base del gioco del calcio. Un gesto che però non poteva avere ragioni così banali, troppo facile trovare conforto nel razzismo inconscio, nell’Africa che si affaccia al mondo del calcio che conta in ritardo e che quel ritardo lo esprime con punteggi oltre che tennistici e gesti inconsulti come quello di Joseph Mwepu Ilunga.

La verità infatti era tutt’altra, non comica ma tragica: il dittatore Mobutu, infatti, aveva giurato vendetta ai giocatori qualora avessero perso con più di tre gol di scarto contro i campioni verdeoro, vendetta sotto forma del mancato pagamento dei premi promessi e chissà, come i racconti vogliono, punizioni anche maggiori. Il gesto di Ilunga non fu quindi inconsapevole, tutt’altro, fu bensì frutto della volontà di evitare il quarto gol e soprattutto di lanciare un segnale contro il proprio governo, andando alla ricerca di un cartellino rosso che peraltro gli fu risparmiato dall’arbitro.

Un gesto che, come lui stesso dichiarò nel 2010, “avevo fatto deliberatamente, conoscevo il regolamento. Non avevo alcun motivo di rischiare di infortunarmi mentre chi stava guadagnando sulla mia pelle sedeva sugli spalti a guardare la partita“.

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