Notti magiche sognando un gol

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Calda estate del 1990.
Azeglio Vicini era il rappresentate del popolo. Era quello che tutti criticavano quando perdeva e che lodavano quando vinceva. Poi c’era Schillaci. Che non doveva essere nemmeno la stella della squadra, vista la presenza della punta titolare, Andrea Carnevale. Schillaci, dopo una buona stagione con la Juventus, riuscì molto presto a scalzare Carnevale e guadagnarsi il posto che si meritava dall’inizio.

9 Giugno 1990. Stadio Olimpico di Roma.

Italia contro Austria apre il mondiale. Un buon primo tempo con il duo Carnevale e Vialli protagonisti di una decente prestazione, ma poco precisa sotto porta.

75esimo minuto, entra Schillaci. Passano pochissimi minuti e sarà proprio Totò a segnare il gol vittoria. Uno a zero per l’Italia e tutti a casa.

14 Giugno 1990. Sempre Olimpico di Roma.

Italia contro Stati Uniti. Sulla carta, l’avversario più semplice. Cioè, cosa sanno gli americani di calcio? Sono bravi a pallacanestro ma non a calcio. Quella è una cosa nostra. Infatti, 11esimo minuto: Donadoni offre un pallone delizioso a Giannini che segna il gol del vantaggio.

Vialli prende anche il lusso di sbagliare un rigore. E’ un’Italia che prova, si diverte e diverte. Ma non riesce a segnare nuovamente. La partita finisce con il gol di Giannini, 1-0.

Gli azzurri sono primi nel girone.

19 Giugno 1990. Italia vs Cecoslovacchia. Olimpico.

La brutta notizia arriva nei giorni precedenti. Vialli non riesce a giocare, è infortunato.
La bella notizia arriva sul campo. Vicini schiera in attacco una delle coppie più belle ed entusiasmanti della storia della Nazionale Italiana: Roberto Baggio e Totò Schillaci.

Nono minuto di gioco. Schillaci insacca di testa il vantaggio. Poco prima della fine della partita viene data l’ultima pennellata al capolavoro: Baggio segna il raddoppio. L’Italia esce imbattuta dal girone. Senza subire un gol.

Le aspettative sono altissime.

Negli ottavi di finale, l’Italia pesca l’Uruguay. I sudamericani erano usciti da un girone come terzi in un girone non proprio facile, composta da Spagna, Belgio e Corea del Sud. Le stelle di quella squadra erano Fonseca e Francescoli, uno che a Cagliari conoscono molto bene. Poteva essere la Caporetto per l’Italia. Sicuramente sarebbe stata una partita scoppiettante, almeno sulla carta.

25 Giugno 1990. Olimpico.

In realtà, l’Italia dominò.
Gli azzurri presero subito il pallino del gioco, presentando un calcio diverso dal tipico italico.
In Italia siamo sempre stati abituati al “catenaccio”, al calcio della “palla lunga e pedalare”. Questa era un’Italia più Sudamericana che Europea.

Fu Schillaci a sbloccare il risultato, con un potente sinistro diretto sotto la traversa. Aldo Serena infilò il due a zero con un colpo di testa. L’Italia era ai Quarti.

30 Giugno 1990. Olimpico.

Italia contro Irlanda. L’Olimpico non era più uno stadio per gli avversari dell’Italia. Era una bolgia, un girone dell’inferno. Il Colosseo del calcio.

L’Irlanda era la cenerentola di questo mondiale. La squadra allenata da Jackie Charlton era arrivata ai Quarti nel modo più strano possibile. Pareggio tutti i precedenti quattro incontri, vincendo solo ai rigori contro la Romania agli Ottavi.

Alla squadra di Vicini non fregava niente: 38esimo minuto, Donadoni sulla fascia sinistra dell’area, taglia verso la porta e fa partire un gran tiro che il portiere riesce solo a respingere. Ed ecco il solito cacciatore, Totò Schillaci, pronto a raccogliere la respinta. Uno a zero.

Gli azzurri soffriranno per il resto della partita, ma riusciranno a strappare il risultato. Si vola in Semifinale. E qui la storia cambia drasticamente.

3 Luglio 1990. Stadio San Paolo di Napoli.

Siamo in Italia si, ma lo Stadio San Paolo era di proprietà di una sola persona. Uno che giocava contro l’Italia in quella notte di Luglio: Diego Armando Maradona.

Maradona era il simbolo di quella Napoli, così magica e così di cuore. El Pibe de Oro chiamò in raccolta i suoi tifosi. Li voleva con lui. E ad tratto, l’Italia non giocava più in casa. Erano a casa di Diego. Schillaci e compagnia non si fecero intimidire. Con il coltello in mezzo ai denti entrarono in campo, pronti a quella che sarebbe stata una guerra.

La partita fu come un match fra Mohammad Ali e Mike Tyson. Due pesi massimi al meglio delle loro forze che non si risparmiavano un colpo. Guizzo per gli azzurri: Schillaci di rapina segnò l’uno a zero al 17esimo. L’Italia ci credeva. Vicini lo voleva. Ma le speranze morirono nel secondo tempo: Olarticoechea lancia un bel cross al centro che Caniggia riesce a spedire in rete. L’Argentina pareggia.

La partita va ai supplementari senza troppi acuti, dove lì stagna fino al fischio che porterà ai rigori. Cinque rigori a testa. L’Italia per la prima volta si gioca il passaggio del turno così.

Baresi segna. Serizuela segna.
Baggio segna. Burruchaga segna.
De Agostini segna. Olarticoechea segna.

Arriva Donadoni sul dischetto. Respiro profondo, rincorsa e tiro. Ma il pallone non entra in rete.
Goycoechea para. L’Argentina è in vantaggio.

Va Maradona sul dischetto e segna. Le speranze dell’Italia sono riposte in Aldo Serena. Milioni di persone in TV, migliaia di persone allo stadio. Tutti con gli occhi puntati su Serena.

Il pallone, quella sfera bianca e nera protagonista assoluta della vita sportiva degli italiani, fosse anche entrato avrebbe costretto Walter Zenga, portiere azzurro, a fare il miracolo.
Una speranza, minuscola, c’era.
Rincorsa di Serena.
Tiro.
Parato.

Una nazione intera c’ha creduto. Il sogno è finito lì. L’Italia giocherà un’ultima partita per la finale Terzo/Quarto posto contro l’Inghilterra. Finirà due ad uno per gli azzurri in una partita abbastanza dimenticabile. Non era la partita che l’Italia voleva. Dovranno passare altri 16 anni prima di poter tornare a festeggiare sul tetto del mondo.

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