“La Casa di Carta 4” è diventata una americanata

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Palermo La Casa di Carta

Il momento tanto agognato è arrivato, venerdì scorso è sbarcata su Netflix la quarta stagione de “La Casa di Carta”. Serie amata e odiata, a questo giro si farà apprezzare di più da chi la segue dalla puntata 1 e si farà disprezzare maggiormente da chi ha accolto fastidiosamente la decisione che la storia proseguisse. Poi ci sarà una nicchia, un nucleo di persone che avevano tanta diffidenza e che passeranno ad apprezzarla.

Perché? Dovete sapere che La Casa di Carta è diventata una americanata. Non che non lo fosse già: più volte il regista e gli sceneggiatori hanno dichiarato di volerne fare un prodotto internazionale. E cosa funziona in questo settore? Il modello americano.

Badate bene, non è un male. Ma il gusto europeo sta via via scemando per assumere una complessità che possa piacere a quante più persone possibili, non più solo ad un pubblico legato alle origini. La prima e la seconda stagione infatti vennero pensate per un canale spagnolo, e le cose non andarono granché bene. Il rilancio di Netflix ha fatto sì che la storia arrivasse in tutto il mondo, creando un brand di successo replicato in ogni paese e in ogni evento sociale.

Oggi vedi un misto di Rambo, Fast & Furious, Ocean’s Eleven, e qualsiasi tipo di altro film di questo genere. Non è una copia, ma inevitabilmente si entra in una dimensione che tutti conoscono. Soprattutto quando accade qualcosa di inverosimile: ad esempio Nairobi che in 24 ore passa dalla morte alla vita dopo essere stata trafitta, si rialza, cammina; Denver e Rio riescono a far esplodere una bomba tenendola premuta sotto il loro colpo e non gli succede nulla, solo un giramento di testa; il capo della sicurezza Gandìa sente esplodergli una bomba alle spalle ma riesce comunque a riprendersi; un toro punta Il Professore ma non lo attacca.

A parte tutto questo, la stagione fila meglio della precedente perché non parte con la premessa di essere di transizione. Deve succedere qualcosa, e sebbene debba portare ad una quinta parte, deve concedere ai telespettatori il privilegio di capire meglio da dove parte questo discorso e dove vuole andare. Deve ridare il controllo al Professore e deve maturare la crescita dell’agente Sierra. Torna l’empatia per le storie vissute dai personaggi, torna l’amore, l’odio, la paura. Tornano i punti salienti della seconda stagione che ne hanno decretato il successo definitivo.

Non è un caso che vi sia una somiglianza anche nella gestione del piano: come Nairobi prendeva il comando ai danni di Berlino, Tokyo prende il comando ai danni di Palermo. Ma entrambe capiscono che c’è un limite che non possono superare perché prima Berlino e poi Palermo sono gli unici che conoscono cosa accadrà dall’inizio alla fine. Ed infatti il ritorno del folle Palermo dopo un periodo di panchina consente alla squadra di riprendere le operazioni nel migliore dei modi. Fino al finale, giusto, lineare.

Fuori Nairobi e dentro Lisbona. In qualche modo la banda deve tenere il suo numero originale. Era capitato anche nelle prime due stagioni quando fu Stoccolma prima e la stessa Raquel poi a sopperire ai lutti di Mosca e Oslo. Sierra però ha trovato Il Professore, da qui ripartirà la quinta ed ultima stagione.

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