L’ “Atto Zero” di Anastasio: buon disco o un minestrone di stili?

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ATTO ZERO è il vero esordio di Anastasio. Strano chiamarlo esordio per tutti noi che lo abbiamo visto trionfare quasi due anni fa a X-Factor, partecipare al concertone del primo maggio a Roma e apparire di qua e di là tra televisioni e radio.

È stato pubblicato il 7 febbraio in occasione della partecipazione a Sanremo 2020 grazie alla solita mossa discografica che ogni artista mette in atto quando il proprio nome passa per le file del festival: pubblicare un album, a volte nuovo di zecca e a volte in edizione speciale di dubbia motivazione. Mosse a parte, finalmente abbiamo ascoltato la sua opera prima e siamo pronti a raccontarvela traccia per traccia.

L’album si apre con quella che comunemente viene chiamata “title-track”, la traccia che da il titolo al disco, che solitamente è quella considerata come manifesto dell’opera ma che per Anastasio viene scelta come intro vero e proprio per darci il benvenuto nel suo mondo, nel suo ATTO ZERO.

Il suo spazio, il suo modo di scrivere, il suo messaggio bene o male abbiamo già imparato a conoscerlo e ci si ripresenta davanti fin da subito nella prima traccia intitolata Narciso: non troppe immagini ma tanta introspezione, tante sensazioni, emozioni e sentimenti raccontati attraverso il suo stile di storytelling a questo giro comprensibile senza troppe versioni in prosa da fare per capire.

La successiva Straniero è sulla stessa linea d’onda come scrittura ma decisamente più movimentata sul piano della strumentale che sembra quasi prodotta da Charlie Charles per Ghali. Una traccia che lascia la stessa sensazione di quelle canzoni che avrebbero potuto dire e dare di più, una hit a metà, un po’ mancata soprattutto per la voce quasi irriconoscibile del rapper campano.

Da Cronache di gioventù metese il disco assume un altro tono, il primo con cui abbiamo conosciuto Anastasio: la tensione inizia a salire, il racconto è quello della sua adolescenza appena passata tra amicizie, strada, scorribande e la nostalgia di quella spensieratezza quando lo sentiamo dire “…quel bambino se n’è andato / E insomma c’ho una vita normale / E prima ero più figo / Prima se uscivo mi divertivo / Mentre adesso invece che si fa? / Stiamo sempre per la strada a dire che si fa?”. La crescita, la maturità, il cambiamento e il contrasto tra passato e presente.

La rabbia aumenta fino ad arrivare, strano a dirsi, alla canzone scelta per il palco dell’Ariston: Rosso di rabbia non è il solito sfogo verso gli altri ma quasi un ammonizione verso se stesso e un interrogativo personale sulle proprie scelte di vita. Marco, per caso ti sei accorto che sarà molto difficile scrollarsi di dosso l’etichetta di “Quello che ha vinto X-Factor”? Da sottolineare inoltre c’è lo stacco improvviso da il ritmo old school della traccia precedente a un blues vestito per cantarci sopra in modo arrabbiato e in rima. Sì a questo giro l’auto tune è stato abbastanza fastidioso ma senza pesare troppo sul bilancio finale di una delle migliori tracce del disco.

La rabbia poteva finire qui, vero? E invece no, arriva Il Sabotatore: beat pesante e aggressivo accompagnato dal testo più crudo di tutti. Anche se all’inizio appare come un bello schiaffone sulla faccia c’è da dire che la staticità del cantato appiattisce un po’ troppo in fretta una traccia e una strumentale che ad esempio uno come Salmo si sarebbe divorato.

Strano a dirsi ma proprio a questo punto il nervosismo di Anastasio finalmente si placa per dare spazio a un’altra delle canzoni migliori del disco, l’unica priva di produzione, solo voce e chitarra, un semplice giro di accordi e un’ironia ricca di significato che vi lasciamo scoprire in quella che è stata appunto intitolata Il giro di Do. Ah oltre al fatto che in questa canzone ha dimostrato di saper imitare benissimo la fusione tra Fedez e Galeffi.

Comunque avvicinandoci al capolinea ci imbattiamo in Castelli di carte: ennesimo cambio di pelle, di tono, di scrittura che torna alle origini di un’introspezione molto sincera e che mette più a nudo la fragilità o l’instabilità del cantante, a seconda delle interpretazioni, come un castello fatto di carte.

VBBN è invece un pezzo da club, rap su techno, accattivante e coinvolgente ma che non lascia troppo il segno se non per il cambio d’aria improvviso.

Il fattaccio del vicolo del Moro è una vecchia conoscenza di chi ha visto l’ultima stagione del talent vinto l’anno prima, definita da Anastasio “una canzone non per educare ma per dare emozioni”, filo conduttore probabilmente di tutto il disco: nessuna pretesa di insegnamento ma solamente emozioni raccontate.

Si arriva così all’ultima traccia, la più difficile da interpretare: Quando tutto questo finirà chiude il disco ma apre le porte ad una marea di quesiti. “Quando tutto questo finirà nessuno si ricorderà il mio nome” è la frase che risuona maggiormente e che potrebbe essere letta come autoreferenziale ma che, leggendo il resto del testo, potrebbe lasciare intendere un altro significato. Sembra che il cantante, credente o meno, si rivolga direttamente al creatore di tutto, a Dio, trattando tematiche cristiane per parlare, forse, del fallimento costante di un’umanità che quando finirà non ricorderà il nome del suo creatore. Siamo ancora confusi. Che sia questa, in un disco parecchio diretto e sincero, l’unica metafora?

In conclusione è un buon disco, un po’ disordinato, con un concept generico che colpisce sicuramente ma che rischia di stancare. Le produzioni, affidate principalmente a Stabber, sono indubbiamente ottime, efficaci, anche se con forse un po’ troppi richiami ai sound di altri artisti della scena rap e non. Avevamo paura di trovare troppe metafore, troppi giochi di parole futili e privi di un senso vero e proprio e troppi esercizi di stile, invece il filo conduttore principale è ben tangibile e facilmente comprensibile.

Varietà di strumentali, di metriche, di toni e di ritornelli che da un lato può essere vista come eclettismo ma che dall’altro può non lasciare dei punti stabili nell’identità di un artista che finora sta facendo della scrittura la sua arma migliore. Tutto sommato un buon esordio, da capire meglio ma che fa ben sperare per il futuro.

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